Da aspirante scrittore di romanzi (inteso come "professionista", già che del termine ci si appropria oggigiorno con estrema facilità) quale sono, voglio condividere con voi una nuova riflessione sull'ispirazione più schietta.
In passato ho accennato al bisogno elementare che questa forma di entusiasmo gioca nella stesura di un testo, ma questa volta non intendo parlare di quello slancio che porta a produrre in mezzo pomeriggio più di quanto si riesca a fare in giornate intere, né a quell'idea originale che è capace di generare da sola tutti i dettagli che le servono e la struttura che la sostenga. No, parlerò di qualcosa di più pragmatico: lo sprone alla produzione del testo stesso, la formula essenziale per un "buon scritto".
Già sento le prime proteste (al di là della soggettività circa "la bontà" del prodotto), a cui in effetti mi unirei anch'io se non avessi ben altro punto a cui arrivare: "Difficilmente uno scrittore, per quanto esperto, dotato o ispirato, sarà soddisfatto del suo lavoro al primo colpo di penna!"
Vero, anzi, verissimo. Credo, infatti, che difficilmente lo sarà mai del tutto e che l'unica cosa che spinga a liberarsi di un testo sia, a conti fatti, il bisogno di vederlo concluso, magari anche solo per esasperazione. Per quanto mi riguarda, questa evenienza se la gioca a tavolino con la voglia di un riscontro da parte di un lettore - magari io stesso, a distanza di tempo - e la paura di strafare, aggiungendo più di quanto serva.
Eppure, spesso lo scritto non corrisponde in modo adeguato all'idea che di esso ci eravamo fatti. A volte si ha quasi la sensazione, anzi, che l'idea stessa non sia poi questo granché, se il testo non è in grado di rispecchiarla appieno, se non sgorga in modo naturale e soddisfacente. Che grave errore sarebbe dare sempre credito a questo sospetto!
Può capitare, magari durante la stesura di un libro, che una parte o semplicemente un piccolo passaggio ci risulti ostico e difficile da produrre, da mettere nero su bianco. Scrivere non è sempre un fiume in piena e non deve per forza sempre esserlo. Anzi, spesso l'ispirazione va cercata. Occorre costringersi e perseverare nella stesura.
Beh, oggi mi è successo proprio questo (da cui la riflessione). Ci sono giorni in cui, per quanto ci si sforzi di battere sui tasti in cerca di un periodo efficace, o di una frase che si porti dietro il resto dei pensieri come un'onda trascinatrice, o ancora di un'illuminazione che sappia dar forma al testo... ci sono giorni, dicevo, in cui qualcosa proprio non va. In quei momenti le parole si susseguono assieme ai concetti, ma senza vita. Come se non fossimo stati capaci di convogliare la loro vera potenza semantica, come se fossimo riusciti addirittura di privarli di un significato.
Cos'è che non va, in questi casi? Non abbiamo indovinato l'ordine giusto? Ci siamo scordati un passaggio essenziale? Siamo preda di una mistica afasia? Cosa non ci convince? I nostri discorsi sono banali, scontati, troppo articolati, sterili o incongruenti?
L'impressione che si ha è diversa dal momento: voi scegliete pure la vostra, quella che vi capita più di frequente, che tanto non di rado mi è capitato di soffrirle tutte assieme.
Non sto parlando di qualcosa di saltuario, in realtà, come i meno fortunati fra voi avranno già intuito. Anzi, per quanto uno ami scrivere, capita quasi quotidianamente: le belle idee, fatta eccezione per quelle giornate in qui si è naturalmente ispirati anche nella stesura del testo, fluttuano tra i nostri pensieri senza lasciarsi inchiostrare.
Per rendere meglio il concetto e analizzarlo, devo tornare alla mia personale situazione di oggi: in questi ultimi tempi ho maturato un'ambientazione e la relativa trama per una storia fantascientifica, per cui questa mattina ho deciso di dare forma al tutto. Mi sono così preparato a tirar fuori dal mio caos creativo fatto di foglietti sparsi, file .txt e quaderni sgualciti gli appunti necessari a formulare delle vere e proprie linee guida. Poi, come faccio sempre in questi casi (una sorta di mia consuetudine rituale), ho cercato di scrivere il primo capitolo. Bam! Buio totale: un vuoto cosmico che ha saputo mettere in dubbio direttamente la mia conoscenza non già dell'italiano, ma dell'alfabeto.
Non so quando mi sia capitato la prima volta - si torna troppo indietro negli anni per ricordare - ma è certo che di soluzioni al problema ne ho adottate molte col passare del tempo e ormai ho le mie scorciatoie, i miei trucchetti per non lasciar perdere. Nulla di trascendentale, anzi: in misura altalenante in base all'esigenza del momento, si tratta sempre di un mix di musica (la grande salvatrice, che non per nulla precede il mio intero post), svago della mente (spesso una carrellata di immagini o qualche riga di un buon libro sono un toccasana) e infine un "esercizio di scrittura creativa" o un flusso di pensieri. Se il primo ingrediente di questa panacea all'afasia mi risulta particolarmente efficace nel dare ordine ai pensieri e nello smuovere le mie emozioni per i pezzi più "ricchi" di pathos, la seconda è un cliché bene o male sempre valido e sempre utile a prescindere dal contesto. Tuttavia, è sul terzo che voglio concentrarmi, perché è ciò che solitamente mi aiuta di più in casi come quello di oggi. Non esiste niente come "scrivere" per curare l'incapacità momentanea di scrivere (per quella permanente, ovviamente, leggere è la medicina).
"Ma questo è un paradosso!", diranno molti. Colpa mia, ancora non mi sono spiegato bene: non intendo obbligarsi a digitare le prime parole di ciò che ci siamo prefissati, ma cambiare completamente argomento. Spaziare per un momento, magari sfruttare il foglio bianco per imprimere le nostre riflessioni, dare sfogo a un pensiero che altrimenti ci distrarrebbe. Che sia un diario, un post su un forum o un blog, un pezzo di racconto, un breve stralcio per un altro libro o anche solo un dialogo che ci ronza in testa senza trovare collocamento in qualche nostro lavoro passato, in fieri o in programma, scrivere aiuta.
In fondo non è così strano, posto che di esercizio si tratta (pur creativo, mentale). Non è molto dissimile da ciò che si può fare nello sport o prima di una gara. Serve per riscaldarsi, per prendere il ritmo. Non troppo, bisogna evitare di affaticarsi, di esaurire le batterie o la benzina nel motore (sempre che non ne valga davvero la pena e il nostro altro lavoro possa aspettare), ma scrivere nondimeno.
Vale per me, naturalmente, ognuno avrà il suo personale stratagemma, eppure il fatto stesso che questo problema esista mi ha fatto pensare. Alcuni miei conoscenti e amici, aspiranti scrittori anche loro, in più di un'occasione hanno lamentato la mancanza di ispirazione e - consci della mia vocazione (come se questo mio sogno mi conferisca una qualche competenza in materia) - mi han chiesto suggerimenti per riuscire a mettere nero su bianco le loro idee. Avevano storie in mente, ambientazioni tratteggiate con fantasia, pensieri più o meno profondi. C'era una traccia di ispirazione molto netta, nelle loro parole, quella forma di entusiasmo genuino che stimola le idee: era lo slancio per concretizzarle a mancare. A loro - e a tutti i miei lettori - consiglio di scrivere: non temete, il vostro è un problema comune, ma lo si può affrontare. Non pensate troppo, lasciate correre le dita sulla tastiera, la penna sul foglio e aspettate di aver ritrovato il ritmo. Quell'ispirazione particolare che di certo vi permetterà di produrre il testo che volevate.
E ora scusate, ma posso finalmente tornare a quel primo capitolo.
J.S.Blaze
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