venerdì 2 settembre 2016

Comunicazioni di servizio #1

Era da un po' che non illustravo la programmazione del blog. Che ne dite del nuovo formato per le comunicazioni di servizio? (segue un lungo silenzio per il pubblico inesistente)
Sarò brevissimo: sono previste altre due poesie per la prossima settimana, ma entro oggi farò uscire un testo ben più corposo, ovvero la (tardiva) recensione di Suicide Squad! Buona lettura!

Blaze

giovedì 1 settembre 2016

Lascia

Non salvarmi, lasciami andare;
lascia che soffra e che scopra,
lascia che il mondo mi cada addosso.
Lasciami sbucciare il ginocchio,
lasciami tirare su da solo.
Lasciami credere, lasciami sperare,
lascia che il mondo mi derida.
Lascia che vinca, lascia che perda,
lasciami trionfare fino in fondo.
Lasciami l'onanismo letterario
e lasciami l'amore solidale,
lasciami il chiedere se esiste un dopo.
Lasciami l'orgasmo tra i respiri mozzati,
lasciami lo sgomento per tutto il male,
lasciami vivere come se fossi immortale.
Lascia che il tempo faccia il suo mestiere,
lascia che ad insegnarmi sia la vita.
Lascia che faccia i miei sbagli
e lasciameli rivendicare.
E alla fine, volente o no, dovrai lasciarmi del tutto,
ma se mi avrai lasciato fare,
non mi potrai lasciare più.

mercoledì 31 agosto 2016

BlogScreen: The Shallows (Paradise Beach - Dentro l'incubo)

[Scusate la premessa, ma prima di parlare del film sono costretto a criticare la traduzione del titolo. Lo so, lo so: c'è così tanto da dire riguardo al modo – tutto nostrano – di cambiare il nome delle pellicole al cinema che ormai se ne potrebbe fare uno sport; e ri-lo so, dietro ci sono strategie di pubblicità e marketing per rendere il prodotto più accessibile e identificabile dalla massa dei consumatori... però, per le bobine di Hitchcock, mi spiegate perché è tanto necessario togliere una parola inglese per poi ficcarcene comunque altre due, seguite da un sottotitolo italiano? E ri-ri-lo so che “Paradise Beach” chiunque riesce a tradurlo, mentre “The Shallows” probabilmente non fa emergere alcun ricordo scolastico, né fa scattare assonanze, cosicché ti tocca cercartelo su un dizionario (a proposito, in un simile contesto, il mio dice che si tratta del termine per “acque poco profonde”, il che ha perfettamente senso), ma accidenti alla cinepresa di Spielberg! Perché cavolo sostituisci l'inglese con l'inglese, se tanto poi ci devi mettere un sottotitolo come “Dentro l'incubo”?
Non si poteva, come poi si fa di solito in questi casi, lasciare il titolo originale e legare a quello la nostra “poetica” evocazione? Non erano abbastanza esplicite le locandine con la spiaggia in lontananza, il mare caraibico, lo squalo sul fondale e la bella Blake Lively che surfa poco sopra?
Vabbé, chiudo qui questo discorso e mi concentro sulla recensione vera e propria...]




Che dire? Le premesse del film erano piuttosto chiare sin dal trailer, non mi aspettavo chissà cosa... e forse, visto con questo spirito, il film raggiunge pienamente il suo scopo. Non ha la pretesa di porsi a paragone coi grandi colossal che lo hanno preceduto nel trattare il medesimo argomento; nessun confronto, quindi, o almeno nessun guanto di sfida allo “Squalo” o ai suoi sequel, magari giusto un tentativo di svecchiamento rispetto al glorioso passato e una presa di distanza dalle malecopie che hanno affastellato il cinema negli ultimi tempi. Stop. Per il resto, ciò che si percepisce è un puro intento ricreativo. Ora, io non so se dietro al semplice intrattenimento, il regista Jaume Collet-Serra e lo sceneggiatore Anthony Jaswinski avessero pensato di nascondere una qualche morale di fondo, una magari sull'importanza del rispetto della vita e il bisogno di lottare, ma non lo credo. Sì, magari ci sono due o tre riferimenti alla catastrofe portata dall'uomo in luoghi incontaminati, o al fatto che arrendersi equivale a lasciar morire il proprio vero io e le proprie naturali inclinazioni. È persino chiaro l'intento, un po' forzoso, di inspessire la trama di un significato più profondo, quello di un viaggio verso la scoperta di se stessi e della propria forza interiore... tuttavia, l'intento primario rimane preponderante: divertire, alzare la tensione, regalare un po' di emozioni forti a buon prezzo e, perché no?, strappare qualche sorriso nel vedere la protagonista trovare il coraggio per affrontare la sua (improvvisa) nemesi.

La trama è particolarmente lineare, fuori e dentro il sottotesto: una ragazza in cerca di una risposta su cosa fare della propria vita abbandona gli studi di medicina dopo la morte della propria madre, avvenuta a causa di un brutto male. Rivisitando i posti in cui quest'ultima era stata durante la sua gravidanza, ritrova la spiaggia spesso vista nelle foto di casa: un luogo splendido e disabitato dove lei era solita fare surf. Guarda caso, anche alla protagonista piace farlo. Rimasta sola in quel mare, prima di poter tornare a riva a riposarsi, la ragazza viene attaccata da un enorme squalo ed è costretta a rifugiarsi su alcuni faraglioni – o scogli, non è dato saperlo – in attesa di qualche soccorso. Solo che, come detto, si tratta di un luogo sconosciuto ai più... e via con la classica lotta per la sopravvivenza!

Apprezzabile la ridotta presenza di jump scare, spesso abusati in questo genere di film, a favore di una ben più proficua tensione narrativa, così come la recitazione della protagonista e la fotografia (anche se, visto il paesaggio prescelto, credo sarebbe stato davvero impensabile sbagliare proprio quest'ultima). Buona anche la regia e intrigante quanto basta la storia, nonostante qualche banalità e più di una situazione al limite del credibile. Il tutto, comunque, è compresso in un tempo accettabile: la durata del film, infatti, arriva a malapena all'ora e mezza.

Insomma, sarò onesto: sono andato a vedere The Shallows aspettandomi una cagata pazzesca e, nel suo essere comunque un prodotto sopra le righe, alla fine sono stato piacevolmente accontentato. Potrebbe valere la sua visione al cinema per la buona dose di effetti speciali usati per rendere credibile lo squalo (davvero ben fatto) e per il clima buio e silenzioso della sala, particolarmente adatto alla pellicola... ma da qui a consigliare il biglietto ne passa di acqua sotto la tavola da surf!

lunedì 29 agosto 2016

Recensione: Mistborn - L'Ultimo Impero


Brandon Sanderson
Chi mi conosce sa quanto apprezzi Brandon Sanderson, scrittore statunitense fedele principalmente al genere fantasy, con qualche sortita nello sci-fi. Mi soffermo rapidamente sullo stile dell'autore per non dover riprendere il discorso quando recensirò altri suoi libri. Oltre ad avere una forma semplice ed efficace – un tipo di scrittura che non grida al miracolo, ma sa farsi decisamente apprezzare – Sanderson ha la grande capacità di creare ambientazioni solide e dense di informazioni, che puntualmente rifila al lettore poco per volta. Già, perché è proprio questa la sensazione che si ha con i suoi romanzi: quella di essere di fronte a un grande e vasto mondo da scoprire senza fretta. Maestro nell'elaborare per filo e per segno le basi dell'innaturale nei propri universi (che si tratti di peculiari forme di magia o superpoteri), Sanderson non viene mai meno al patto narrativo col lettore e non infrange i limiti imposti dalla sua ambientazione. In pratica, fornisce al lettore – e a se stesso – delle regole precise e poi, abbastanza sorprendentemente in un ambito facile alle esagerazioni e ai deus ex machina, le rispetta: questo esempio non è fatto a caso, dato che lo stesso autore ha definito dei macro-dogmi nella costruzione di ambientazioni, personaggi e storie fantasy che si impone di seguire ad ogni nuova fatica letteraria (e che raccomanda anche agli altri aspiranti scrittori).
Questo preambolo necessario introduce perfettamente l'identità, il fulcro stesso di Mistborn – L'ultimo Impero. Primo libro di una saga che conta diversi romanzi (una prima trilogia, un racconto di raccordo e una seconda trilogia ancora in corso d'opera), è ritenuto dai più il miglior libro dell'autore e, benché io non abbia letto la sua intera produzione, posso immaginare si tratti di voci fondate.
Senza nulla togliere al resto delle sue fatiche, Mistborn – L'Ultimo Impero presenta tutte le caratteristiche che un lettore di fantasy accanito potrebbe desiderare: freschezza e originalità dell'ambientazione, personaggi credibili (e pregni di limiti, il che non guasta), una storia avvincente e un intreccio che non manca di stupire, grazie a qualche ottimo colpo di scena e a una sapiente regia. Non annoia e non stanca, due concetti che per me hanno un significato leggermente diverso: infatti, non solo non mi è mai successo di chiedermi se avesse senso continuare a leggere piuttosto che fare altro, ma neppure mi è mai capitato di dover posare il libro, per quanto ben fatto, per il bisogno di svagarmi altrimenti.

La trama è in realtà piuttosto semplice, nella sua ossatura: ci troviamo in una società distopica dove solo pochi hanno il potere, i Nobili e l'Imperatore su tutti, e moltissimi vivono in schiavitù, gli skaa (in effetti, si potrebbe ravvisare una critica al nostro mondo e i suoi sistemi, ma il parallelismo è un po' banale e probabilmente forzato...). Da qui prende le mosse un famoso fuorilegge, Kelsier, che è stato capace di spezzare le catene dell'oppressione e che ha deciso di mettere insieme una piccola organizzazione al fine di rovesciare l'impero “malvagio” e ridare la libertà ai suoi simili. In questo clima di ribellione viene a trovarsi coinvolta una ragazza, Vin, la protagonista del libro, che grazie alle sue capacità speciali riesce a farsi accettare nella banda del fuorilegge e a prendere parte a una guerra mai vista prima.
Premesse quasi banali, vero? Beh, non proprio, ma il sentore di già visto è certamente forte. Non ha importanza, però, perché l'originalità e la novità si trovano altrove. Non mi dilungherò a parlare del continuo della trama, che presenta un'appagante raccolta di indizi utili a eviscerare il sorprendente finale e che, alla stregua di un puzzle, trovano in conclusione la loro collocazione nell'insieme narrativo; né mi soffermerò ulteriormente sui personaggi, che guadagnano spessore nella loro costante crescita psicologica, là dove è possibile, o nella scoperta della loro reale natura.
È la stessa struttura fantasy a guadagnare la scena, piuttosto: i protagonisti e buona parte degli antagonisti sono infatti in grado di sfruttare un particolare tipo di alchimia, chiamata “Allomanzia”, che concede loro poteri peculiari, tra cui (ne cito solo alcuni) l'amplificazione dei sensi, l'incremento delle proprie capacità fisiche e una strana forma di magnetismo, tramite la quale i personaggi possono attirare a sé, o respingere, metalli e compiere balzi enormi. Queste forma di magia, più vicina all'ambito fumettistico che alla cultura fantasy tradizionale, è garantita dall'ingestione di piccole quantità di specifici metalli, poi consumati dall'allomante di turno tramite una sorta di mistica combustione interna.
Possedute in misura minore dai misting, che possono sfruttare un singolo tipo di potere, e in toto dai mistborn, individui che riescono invece a usare ogni tipo di metallo dalle proprietà accertate, queste abilità soprannaturali sono perfettamente regolamentate da Sanderson e fungono da fulcro centrale di tutta l'ambientazione.




Il mio consiglio è quello di immergervi nella lettura senza attendere oltre, perché Mistborn – L'Ultimo Impero sa colpire lì dove serve e lo fa con un ritmo incalzante e fresco, dosando perfettamente la quantità di azione, analisi psicologica, narrazione degli eventi e presentazione dell'ambientazione.
Un mosaico, o magari puzzle – per riprendere la metafora già inserita in precedenza – certamente ampliabile (non a caso si tratta dell'inizio di una saga), ma pienamente soddisfacente anche preso da solo.

Piccola nota finale per chi teme di impelagarsi in una serie di lunghe letture: sebbene il libro conti parecchie pagine (oltre le seicento, a seconda dell'edizione), è perfettamente fruibile anche senza completare la prima trilogia, salvo il piccolo scotto di non recuperare il background dietro alcuni dei misteri lasciati volutamente in sospeso – e approfonditi nei testi successivi.

venerdì 22 luglio 2016

Pokémon Go: tra critiche e complimenti

È sulla bocca di tutti, è quasi main-stream parlarne su un blog o su un forum, quindi potreste domandarvi: perché cedere alla moda anche su questo spazio web?
È vero, fino a oggi ho sempre evitato di soffermarmi su argomenti di attualità che facessero leva su un trend di successo o su mode multimediali e social, ma questo non vuol dire che io abbia un simile limite per regola, anzi: la risposta più ovvia che potrei dare al quesito è che, in primis, non sono affatto un tipo “elitario”, uno di quelli pronti a snobbare ciò che il resto della popolazione trova esaltante – anche se spesso si tratta di un'eccitazione momentanea. No, non è un vanto, è la semplice realtà: non sono né pro, né contro ciò che interessa le masse, ma come ogni persona dotata d'intelletto (sì, questa presunzione può essere annoverata stavolta tra i miei demeriti) so di dover provare un prodotto prima di poterlo giudicare, o quantomeno di doverne approfondire la conoscenza per poter poi esprimere un parere. Purtroppo, questa non è una consuetudine praticata nel globo etereo del www. Quel che è peggio, sempre più spesso si sciorinano giudizi col tono di chi non sembra ricordarsi della parola magica “personali”.
Ecco perché non parlerò granché del gioco in sé: non è lo scopo di questo breve articolo.
Ciò che voglio trattare è complesso e banale allo stesso tempo, ma soprattutto spero non vi offenderà: parlo della mania di svalutare ciò che si ha di fronte, tacciandolo in modo negativo – e fin qui nulla da dire – senza però avanzare alcuna critica reale e costruttiva a sostegno della propria tesi. No, non prendetemi nemmeno per un “buonista”, non voglio dar meriti a chi non ne ha... solo che non mi pare questo il caso. Anzi, non mi pare che si sia fatto proprio un granché per evidenziare quali siano i pregi di questa applicazione.

Andiamo per ordine, prima di ingarbugliare il discorso con un approccio fatto troppo “di pancia”.
Poche settimane fa è stato rilasciato in gran parte del globo l'applicazione per dispositivi mobili “Pokémon GO”, basata sul noto brand Nintendo che vede i videogiocatori impegnati a catturare e allenare creature chiamate Pokémon, appunto. Già celebre per le molte trasposizioni (in primis videoludiche e televisive), la saga pare intenzionata a conquistare un'ampia fetta di pubblico tra coloro che possiedono smartphones e tablet proprio grazie al software in questione – sviluppato da Niantic. Questo ingegnoso programma si affida a molte utility come il localizzatore gps e la mappatura globale di Google Maps per permettere a coloro che ne fanno uso di individuare nell'ambiente circostante i “mostri tascabili” del marchio nipponico. Il prodotto, però, non si limita a segnalare un luogo da raggiungere per poter effettuare la cattura, anzi: grazie alla Realtà Aumentata, la tecnologia attuale permette di visualizzare sulla telecamera del proprio dispositivo il pokémon di turno e simulare così il lancio della celebre sfera rossa e bianca, che ne garantisce la conquista. Gli animali fantastici presi potranno poi essere potenziati e fatti scontrare con quelli di altre persone, appositamente lasciati in luoghi di sfida chiamati “palestre”.
Mi fermo qua con le spiegazioni, per non esagerare con le informazioni che di certo già conoscerete (e che potrei approfondire, salvo annoiarvi con discorsi che nemmeno mi interessano, al momento).
Le dinamiche, però, sono in sostanza queste e per ora si limitano a poche operazioni. Va precisato subito che una delle critiche più frequenti risiede proprio qui: la scarsa varietà insita in questo gameplay... ma va anche fatto notare che, limiti oggettivi a parte, si tratta pur sempre di un'edizione non completa, fatta uscire sul mercato prima del suo perfezionamento (al momento della scrittura di questo articolo siamo alla versione 0.29, mi pare).

Seguiamo la bussola del mio discorso, però, perché a difenderne i limiti – sempre che qualcuno voglia farlo – ci penseranno altri. Quello che mi preme evidenziare sono i vantaggi che accompagnano il prodotto, soprattutto la sua capacità di sfruttare appieno il potenziale portable dei cellulari di ultima generazione. Non si tratta di un pregio da poco, né infatti parliamo della prima applicazione che ne abbia messo a frutto le dinamiche da hardware “portabile” (qualcuno ha detto Ingress?). Pensiamoci bene: se si trattasse semplicemente di un videogame, il cellulare o il tablet (persino gli ultimi usciti) non potrebbero mai reggere il confronto con le home console o i PC costruiti appositamente per il gaming, no?
«Ah, ma io ci gioco dove mi pare!» potrebbe dire un bastian contrario qualunque. E avrebbe ragione, perché, nonostante esistano console portatili di ben altro livello (Nintendo stessa – tanto per citare un caposaldo del mercato – basa buona fetta del suo mercato di oggigiorno sulle diverse versioni del DS), la maggior parte delle persone che possono permettersi di investire qualche centinaio di euro nelle nuove tecnologie non possiede simili apparecchi, mentre uno smartphone sì. Sono sicuro che il “casual gamer” abbia fatto la fortuna delle applicazioni ludiche su playstore e applestore, ma un'altra ragione sposa questa indissolubile verità e permette a Pokémon GO di avere un simile, incredibile successo planetario. Il segreto (si fa per dire) risiede proprio nella sua capacità di mettere in pratica la massima potenzialità dei dispositivi mobili: la mobilità stessa, appunto. Andare in giro per le strade della propria città acquista infatti un flavour particolare, che per alcuni – come il sottoscritto – ha il sapore nostalgico dell'infanzia e del divertimento, per altri quello della novità; per tutti, credo, vince l'idea di utilizzare il cellulare sì, per scopi ludici, ma in un modo che non sarebbe possibile riprodurre altrimenti (salvo forzature o creazione di apparecchi appositi... ma la forza di Pokémon GO risiede anche nell'aver sfruttato qualcosa di preesistente e diffuso come lo smartphone).
Oltre a questo, potrei decantare anche gli altri vantaggi, tra cui spicca certamente il fatto che per “giocare” una persona debba necessariamente camminare, uscire, visitare luoghi di interesse, monumenti pubblici, possibilmente stringere amicizie per scambiarsi informazioni sui luoghi migliori dove effettuare catture e simili. In quest'ultimo caso, la socializzazione multimediale sfocia nel reale a un livello che va ben oltre i limiti imposti da Facebook e gli altri media di pari genere.
Certo, il software è ancora pieno di imprecisioni e le segnalazioni dei luoghi da visitare sono a volte fuorvianti, certe volte persino ridicole, ma qui entra in gioco il singolo, la persona che deve saper distinguere il confine tra gioco e realtà – come quando ci spiegavano da piccoli che i film in tv non erano cose davvero accadute.

Su questo fronte – e torno quindi alla mia critica iniziale – una gran fetta del pubblico del web sembra però non aver ben chiaro il concetto e addita Pokémon GO come il male sceso in terra: isteria di massa per una creatura comparsa a Central Park, macchine ferme in mezzo alle strade, stazioni di polizia invase da cittadini in cerca di mostriciattoli... alcune cose vere, altre false (ah, la mancanza di fonti! Quando mai è stato un problema su internet?), ma tutte rigorosamente commentate, additate, portate a sostegno delle proprie tesi anti-Pokémon, spesso con risultati persino comici (come suggerire ai poveri allenatori di “andare a fare un giro, piuttosto che perdere tempo dietro a quelle cagate per cellulare”, quando di andare in giro, appunto, già si tratta). (Non ricordo la fonte, ma tanto non serve, no? :P  n.d.B.)

Nella maggior parte dei casi, credo io, c'è una prospettiva piuttosto ristretta, una visione che non ha voglia di ampliarsi (perché non penso si tratti di mancanza di intelletto), che non ritiene doveroso prendere in esame tutti i presupposti e i pro/contro di questa applicazione. Non sento esaltarne i pregi, come dicevo, ma solo parlarne male, tanto che mi viene da pensare si tratti di una moda.
Ovviamente la compagnia che lo ha prodotto dovrà prestare attenzione alle segnalazioni, porre le giuste correzioni dove possibile, ma solo il singolo è responsabile delle proprie azioni e a lui, al massimo, vanno fatte risalire le critiche e i dubbi che in questo periodo ho visto sollevarsi.
In fondo, che male c'è se una persona consuma rapidissimamente la batteria del suo dispositivo mobile (ecco, un difetto piuttosto evidente, siete contenti?) per andare a caccia di pokémon? Che colpa ha il gioco se un cretino lascia la macchina ferma in autostrada (invento, spero non sia successo davvero) perché il cellulare gli aveva segnato un mostriciattolo nelle vicinanze? Dareste la colpa all'Ikea se una delle mensole fornite nell'imballaggio vi cadesse sul piede per la vostra disattenzione? O alla Algida perché, mangiando troppi cornetti, vi è venuto il mal di pancia?
Quanto al pericolo per i bambini: credete veramente che risieda in Pokémon Go e non nel fatto che l'uso dello smartphone stesso richiede ormai un certo tipo di educazione al buon consumo? Non sarà ben più a monte, il problema?
Io credo ci sia da riflettere, al di là delle mie provocazioni e della retorica, perché il discorso che sto affrontando in questo ambito è qualcosa che in realtà potrebbe facilmente spostare il suo focus senza smettere di avere senso: non è stata la prima e non sarà l'ultima novità tecnologica a dare voce ai “malparlieri per sport”.

Concludo con un inciso che, spero, cambierà completamente la vostra prospettiva dell'articolo: io non gioco, né ho intenzione di giocare, a Pokémon GO.
Lo dico solo a fine testo perché mi faceva piacere che pensaste a me come a un appassionato e sono convinto che, magari, a scoprirlo solo ora rivedrete parte delle vostre critiche più banali.
Non mi interessa il gioco in sé, infatti, quanto le persone che parlano senza cognizione di causa, tanto per dar fiato alla bocca. A costoro (e solo a costoro: chi muove critiche ragionate ha tutto il mio rispetto) suggerisco di ricordare il noto aforisma: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio. ”

domenica 3 aprile 2016

La stanza dell'anima mia

C'è
Un luogo nascosto nell'anima mia;
Non è segreto, non serve una chiave:
Basta bussare per poter entrare.
Solo che serve una via precisa,
Una mappa per l'entrata, ma non per l'uscita.

Lasciare quel mondo non è complicato,
Non ci si fa male, non si rischia niente,
Solo bisogna esser ben coscienti
Che tutto si rompe, tanto è delicato.
C'è fantasia e una gran bellezza,
Ci son cocci ovunque e poi debolezza.

Non è  un posto triste in cui restare,
Ma più di qualcuno l'ha trovato stretto,
Oppure chiassoso, o confusionario;
Per altri era infantile, per alcuni visionario.
Qualcuno ha apprezzato anche i suoi sogni,
Qualcuno li ha pianti, qualcuno li ha risi.

Ma c'è  un abitante, un bambino volgare
Che sente il peso di ogni realtà.
Vorrebbe fuggire da ogni ombra
E dalla rima con cui le racconta:

"C'era una storia, che ormai non c'è più,
C'erano amici, parenti e c'eri anche tu.
C'era un pensiero costante e pieno di vita
C'era la bellezza che sfuggiva tra le dita.
C'era il dolore di una crescita obbligata,
C'erano strani misteri dietro ogni data.
C'era un abisso e un uomo diviso,
C'era un canto magico e c'era il riso.
C'eran dolori mai compresi davvero,
Come il bianco spalmato sul nero.
C'era un pensiero meno contorto,
C'eran amici e una cassa da morto.
Il corpo morto non era il mio,
Ma moriva il mio cuore e forse Dio."

Poi c'è l'adulto, che la rima disdegna,
Dice quel che vuole puntando su altro.
È la fantasia del sentimento che conta,
L'immagine efficace con cui lo si racconta:

"Vivere è un viaggio in canoa,
In una palude, con anime affini,
La barca traballante,
Mentre ti volti di tre quarti
A contemplare la compagnia."

Poi ci sono io, che parlo a metà:
Dell'uno e dell'altro unisco le voci.
La loro magia perciò si compie
Quelle parole volan per la sala,
La stanza vuota dell'anima mia.

Non è un posto segreto, per chi vuol venire,
Ma ci son cocci di sogni, amori perduti,
Fiaccole spente e polvere nera,
Per chi vuol guardare solo l'abisso
E non i sogni che vi danzano sopra.
Ma c'è un adulto, un bambino e ci son io;
Qualche storia sbagliata, una giusta e forse anche Dio.

giovedì 11 febbraio 2016

L'importanza delle liste (e qualche informazione di servizio)

Sebbene a corto di tempo – poiché, come tutti, continuo a fare i conti con gli impegni improrogabili (di lavoro e di contorno), progetti creativi e scadenze varie – voglio mantenere l'obiettivo di pubblicare qualcosa sul Blog con una cadenza accettabile, o quantomeno non troppo dilatata: diciamo settimanale, al massimo ogni decade.
Per riuscire nell'intento, come mi ero ripromesso non troppi post addietro, non si tratterà ogni volta di lunghi articoli, ma potranno trovare spazio anche brevi riflessioni, poesie o stralci di racconto. Questa soluzione, fra le altre cose, è una delle principali critiche costruttive che mi sono state rivolte... che non si dica che non ascolto i miei lettori, dunque (e qui ci starebbe bene un'emoticon che fa la linguaccia, se non fosse che sto cercando di mantenere un tono abbastanza formale)!

Bene, chiarita la premessa, passo dunque (molto coerentemente, se mi è concesso) al pensiero di oggi: l'importanza, nella vita di tutti i giorni, delle “liste”. Non quelle della spesa, sia ben inteso – anche se non si tratterebbe di un esempio poi così lontano dai ragionamenti che sto per riassumere – quanto delle cosiddette “To Do List” che impazzano oggigiorno sotto forma di software negli app-store, ma che io (e chissà quanti prima di me) utilizzavo sin da bambino, quando il mio tempo libero era tanto abbondante che le cose da fare non avevano bisogno di rientrare all'interno di attente programmazioni.
Non soffro certo di un patologico difetto dell'attenzione, ma a volte anch'io, come molti altri, fatico a trovare la giusta concentrazione. Quando non è la stanchezza a mettere i bastoni fra le ruote, ci pensa la vulcanicità di idee e progetti a complicarmi la vita. Il mio più grande pregio (uno di quelli che mi riconosco senza troppo imbarazzo) rappresenta assieme anche il mio peggior difetto, perché spesso si accavallano troppi impegni, doveri e attività varie.
Ciò che ne risulta, naturalmente, è quasi sempre una difficile selezione all'ultimo secondo, dove ciò che è legato alla sfera del lavoro, della casa e della famiglia ritaglia già tutto lo spazio disponibile, lasciando pochi ed insufficienti rimasugli per poter realizzare e concretizzare il resto dei propositi. Spesso, questa situazione porta a trascurare le proprie passioni e, quasi sempre, risulta evidente come ciò sia dovuto a una cattiva gestione del proprio tempo.



A voi non succede mai di perdervi in vaghe consultazioni delle proprie bacheche sui social-network, o di rimanere più a lungo del dovuto a scorrere canali e video su youtube? No? Beh, a me sì. Talvolta non si tratta neppure di questo, ma semplicemente si portano avanti troppi progetti contemporaneamente, col risultato che nessuno di essi giunge a concretizzarsi (o quantomeno, lo fa in tempi molto, molto dilatati).

Come risolvere questo problema? Beh, io credo che a questo punto le persone si dividano in due categorie: quelle capaci di organizzarsi in modo naturale, senza troppi artifici, quasi la schematizzazione fosse una loro seconda natura, un istinto... e poi quelli come me, che si avvalgono di liste. Fogli su fogli, digitali o meno, con su scritti gli impegni quotidiani e le attività a cui ancora ci si deve dedicare. Non una semplice agenda, né un memorandum per la quotidianità. Si tratta di uno stratagemma catartico, per come la vedo io, che ci libera dal peggiore dei fattori di distrazione: il pensiero di ciò che rimane da fare.
Già, perché pensando sempre e solo in prospettiva (e come persona vagamente paranoica – un difetto che, ancora una volta, mi riconosco senza troppi problemi – non conosco altra forma mentis) si finisce per non concentrarsi con tutta la propria energia, la propria forza intuitiva e capacità di analisi sulle attività che si stanno svolgendo.
Per me, scrivere una lista è come una liberazione: un cassetto mnemonico visibile e tangibile, dove riporre momentaneamente ogni preoccupazione, ogni “farò”. Tutto cambia, quando si crea una “To Do List” e suggerisco la terapia ad ogni lettore che si riconosca un poco nei discorsi appena fatti.

Poi, per carità, non esiste un rimedio assoluto alle ansie della vita, ma non era una panacea contro lo stress e il quotidiano male di vivere che mi ero riproposto di offrirvi.
La vita si semplifica, però, questo sì. È un po' come l'esercizio dell'occhio sul foglio bianco, avete presente? Quello in cui, ipotizzando di dover fissare un foglio bianco senza riferimenti, oppure pieno di segni grafici, si scopre che lo sguardo vaga senza sosta per tutto il campo. Posto un punto al suo centro e sgombrato ogni altro tratto, però, la vista si focalizza su di esso soltanto.
Beh, fare una lista, per me, significa in fondo questo: liberare il proprio foglio da tutti i tratti distraenti, lasciando solo un obiettivo da raggiungere per volta.